Ma il mondo non si dimentica di te. Non volevi che arrivasse il giorno seguente ed è arrivato. Volevi che dalla tua bocca uscissero parole dolci per tua madre e non le hai nemmeno risposto quando ti ha detto di fare attenzione, come se fossi un bimbo piccolo, perché per lei sarai sempre un bimbo piccolo. E vorresti parlare con tuo padre per evitare che un giorno sia troppo tardi. Però non sei sceso con lui nell’ascensore quando ti ha detto di aspettare un momento. Gli hai detto che avevi fretta e te ne sei andato chiudendogli la porta in faccia. Non volevi andare al lavoro e sei arrivato davanti quell’edifico metallico. Non volevi salutare e stai salutando. Non volevi sorridere e stai sorridendo come se veramente ti importasse di quella vecchia in divisa che arriva sempre alle 7 del mattino. Le domandi dei suoi nipoti come se veramente ti importasse, in quale posto va di solito in vacanza d’estate per andarla a trovare e se per caso ha troppo lavoro da fare per darle una mano. Le ti dice di sì, se potresti catalogare dei libri perché non ha tempo, se dopo potresti andare al magazzino per aiutare Juan con le riviste, e se potresti un attimo servire i lettori.

Tu avresti voluto risponderle di andare a quel paese, vecchiaccia di merda! Ma invece le hai detto che non ci sarebbe stato nessun problema, con molto piacere. Avresti voluto dirle che lei non è nessuno per poter dare ordini e invece le hai detto che se ci fosse stato qualche altro problema avrebbe potuto contare su di te. Volevi passare la giornata senza parlare con nessuno e invece hai dovuto parlarle della tua vita e dei tuoi amici e con tutti gli aneddoti più simpatici solo perché gli altri potessero dire:” Ma quanto è simpatico Alfonso! Sempre che scherza, sempre gentile con tutti!”. E quando sei rimasto solo in biblioteca e hai dovuto aiutare tutti gli studenti da solo senza l’aiuto di nessuno, sei stato gentile anche con loro. Gli hai spiegato come dovevano cercare le informazioni nel computer, e li hai portati fino alla libreria per non farli perdere, e li hai aiutati a fare le fotocopie. Solo perché potessero pensare di te:”Ma quant’è simpatico il bibliotecario, ci da la voglia di studiare, si nota che stanno cambiando le cose in questo paese!”.
E quando lei è arrivata, tu hai alzato lo sguardo e l’hai riconosciuta subito, ma nonostante ciò hai continuato a guardarla come le altre, come gli altri, come se dentro la tua divisa di bibliotecario non ci fosse altro che una testa di bibliotecario che funziona dalle ore 8 alle 15, dal lunedì al venerdì, senza sesso, senza memoria, senza odio, senza passioni, come se l’indifferenza della macchine ti servisse ad occultare la tua paura. Perché hai avuto paura. Per questo quando ti ha chiesto se poteva vedere le “Incisioni del Mutis”, tu le hai detto tutto serio che non c’era il responsabile. “Non c’è il responsabile”. Ma ti rendi conto? Hai parlato come un computer, come una persona adulta e responsabile dell’esercizio delle funzioni, come se i tuoi 23 anni, la tua allegria, la tua tristezza, la tua voglia di ridere o di piangere fossero sparite, o peggio, come se non fossero mai esistite. Perché hai avuto paura. Per questo non hai potuto sorridere, gridare, dire: “Cavoli, ma sei tu!”. Portarti le mani alla testa e dirle con un sorriso che lei era la ragazza che ti aveva chiesto se avevi da accendere un anno e mezzo fa.. o più? O meno? Nel parco del Retiro, all’angolo, prima di attraversare la strada. Non potevi sbagliarti, era proprio lei, anche se adesso aveva i capelli più corti e le labbra più sottili, e un giubbotto diverso del maglione che portava quella mattina di ottobre. Non ti potevi sbagliare su quegli occhi autunnali in piena primavera, gli occhi di Barbara.
Perché non hai chiesto a Marta di sostituirti un attimo? Perché non hai chiesto a Barbara di accompagnarti nell’archivio? Perché non hai preso le chiavi dal cassetto di Mercedes e perché non l’hai invitata ad entrare, voi due da soli in quella stanza dove conservate quel triste pezzo della storia americana? Avresti potuto raccontarle di come arrivarono gli spagnoli in quelle terre chiamandole La Nuova Granada perché non sapevano pronunciare i nomi che pronunciavano gli indiani. Avresti potuto raccontarle di come nel secolo XVIII, un botanico, Celestino Mutis, arrivò fin lì per mettere nomi latini a quelle stesse piante che gli indiani usavano da secoli per guarire le loro ferite e per alimentarsi. Di come ha voluto ordinarle, classificarle, confrontarle e analizzarle e di come obbligò gli indiani a disegnarle in ogni dettaglio, petalo dopo petalo, nervo dopo nervo, senza capire che gli indiani non volevano lavorare per guadagnarsi da vivere perché già se erano felici solo per il fatto di essere nati, e dovette legarli ai tavoli per farli disegnare con costanza. Avresti potuto raccontarle che in quelle incisioni c’era anche il dolore di quegli uomini che hanno dovuto smettere di essere uomini per trasformarsi in disegnatori scientifici. Avresti potuto dirle, andando un po’ fuori tema, che non esiste nessun fine, nessuna politica, nessuna idea, nessun obiettivo che possa giustificare la sofferenza di un uomo. Invece hai preferito compiere il tuo dovere, il dovere di non essere te stesso ancora una volta. Non le hai parlato di libertà, né del dolore di quell’indiano, perché non ti sei reso conto del fatto che il suo dolore era anche il tuo, lo stesso che senti in questo momento, per aver avuto paura, per non aver fatto quello che veramente volevi fare. Non hai osato, non le hai detto che per molte notti l’avevi pensata, e molti giorni, e molti pomeriggi e che ti avevano rimandato in molti esami solo perché avevi passato il tempo pensandola. Perché questo non si dice!!! Perché questo mai nessuno ti ha insegnato a dirlo!!! Non ti sei avvicinato a lei dopo averle fatto vedere un’incisione di orchidee, non hai respirato il suo profumo, non hai osato bere il nettare dalle sue labbra né baciare le sue guance, perché questo non si fa!!! Perché questo mai nessuno ti ha insegnato a farlo!!! E quando l’hai vista andare via, dopo che aveva sfogliato alcuni libri senza interesse, come se aspettasse qualcuno, dopo che aveva girato a vuoto per la biblioteca, come se avesse del tempo da perdere, hai preferito rimanere in silenzio, come se non avessi avuto niente da dire, come se fossi stato morto, come se non ti importasse di vederla di nuovo e come se fossi obbligato nuovamente a dimenticarla.

Adesso ti mancano due ore prima di uscire. Dopo dovrai prendere la metro per andare all’università. Ti mangerai un panino con la frittata per non perdere tempo, come se con il tempo tu potessi fare altre cose. E anche se non vuoi, andrai a lezione di storia solo per vedere se è tornata Carmen de Cuenca, prima del previsto, e ti starà cercando per chiederti perdono, per dirti che tu avevi ragione, che tutti gli hippies sono uguali e che ha bisogno di un uomo come te che possa aiutarla a dimenticare. Anche se tu non vuoi, aiuterai Mikel a scrivere la lettera di protesta affinché possano liberare questi insubordinati, perché alla fin fine nemmeno tu vuoi fare il servizio militare e ti sembra una presa in giro l’obiezione di coscienza, e anche tu saresti un insubordinato se non ti desse tanta paura il carcere. Anche tu saresti un insubordinato se non avessi avuto una madre da curare, un padre da rispettare. Tornerai a casa e protesterai come sempre. Griderai contro tua madre perché solo tu sai fare le uova fritte. Non rispetterai il sonno di tuo padre che sta dormendo nel divano e andrai di corsa a letto senza augurare la buonanotte a nessuno. E non potrai dormire perché sei uno stupido, perché hai lasciato passare un altro giorno, un giorno intero della tua vita. Desidererai che il cuscino possa avere altre forme, e penserai che i fiori che ci sono stampati sono uguali a quelle orchidee che aveva inciso quell’indiano tanto tempo fa. Oserai bere il suo nettare perché non hai osato bere l’altro. E immaginerai il suo profumo perché non hai osato respirare l’altro. Inventerai nuovamente il suo nome, e te lo immaginerai, perché non hai mai osato chiederle il suo. La chiamerai Barbara senza renderti conto che lei aveva già un nome prima che tu lo scoprissi. Barbara, perché sei un codardo, perché sei uno stupido e non sai proprio nulla. Non sai nemmeno che lei non si chiama Barbara.
Los Labios de Barbara
David Carrión Sánchez
La motivazione della momentanea chiusura di questo blog, la trovate in queste righe che ho cercato di tradurre solo per voi.
Kima












lui ci parla sempre di te